L’allergologo è un medico che non guarisce nessuno
Quando lavoro al mio studio di allergologia tendo a ripetere mille volte le stesse frasi. Non è, come insinua mia moglie, che lo faccia perché mi piace ascoltare la mia voce, ma perché invece trovo necessario farlo. È vero, dico le stesse cose, ripeto le stesse frasi ma sempre a persone diverse. Uno dei classici è “Io, in questo ambulatorio, non guarisco nessuno. Chi entra allergico nel mio studio ne esce tale e quale a come entrato.” Lo ripeto almeno 4 – 5 volte al giorno, tutti i giorni. Ed è proprio così. Non posso guarire nessuno dalla sua allergia. La parola guarigione, in allergologia, è tabù. Quello che posso provare a fare è un’altra cosa. Ammesso che sia riposato, concentrato e ne abbia voglia. Posso provare a tracciare per i miei pazienti un percorso di basso rischio. Il lavoro dell’allergologo, non potendo, quindi, ambire alla guarigione del suo paziente, consiste nella ricerca del miglior possibile compromesso tra una qualità di vita accettabile e non punitiva e un carico di farmaci che sia il più basso possibile.
A cosa si riferisce?
Poniamo il caso di un paziente con asma bronchiale. Di tanto in tanto gli manca l’aria, fa fatica a respirare, si deve fermare, ha paura di morire. Non sempre, ma spesso si riesce a identificare il suo nemico nell’aria che respira. Può essere un polline o una spora di muffa o un derivato dei peli del suo gatto. Cosa ci posso fare? Molto poco, in realtà.
Può allontanare il gatto.
Allontanare il gatto? ma no, scherza? E, tra l’altro sarebbe inutile, poi, se vuole le spiego perché. Può cambiare il posto in cui vive, spostandosi in zone prive di pollini? no, mai, o quasi mai. Ecco che allora gli si deve tracciare un percorso. Gli si deve anche prescrivere una terapia. Le medicine, però, attenzione, come le ho già detto, non guariranno quel paziente ma, se assunte con regolarità e disciplina, possono riuscire a controbilanciare il danno. Alla fine, vede, avere un’allergia vuol dire avere un nemico, spesso insospettabile, a noi sta identificarlo e raccontarlo. Quando l’allergico incontra il suo nemico, come, nel nostro esempio, dei pollini nell’aria che respira, i suoi bronchi reagiranno infiammandosi e chiudendosi. Stringi stringi, gli si deve prescrivere un antinfiammatorio per l’infiammazione e un dilatatore dei bronchi per farli riallargare e consentire all’aria di entrare e uscire liberamente. Guarisce se li assume? Purtroppo no, assolutamente no. Però può star bene, a patto che li assuma correttamente per i periodi indicati. Non sarà “guarito” ma avrà imparato un trucco per vivere meglio. Sarà un allergico che sta bene invece di un allergico che sta male. Torniamo al fatto che dico sempre le stesse cose, perché lo faccio. Perché nessuna persona sana di mente, meno che meno un giovane, un adolescente, continua a prendere delle medicine sentendosi bene. E invece è proprio quello che io gli chiedo di fare. Ma per ottenere che segua, per sperare che segua, almeno in parte, le mie istruzioni, deve sapere perché lo sta facendo, è quindi necessario conquistarne fiducia. Sa lei quante ricette mediche vengono stracciate dai pazienti appena usciti da un ambulatorio medico?
Me lo dica lei.
Circa il trenta per cento. E sa perché?
Uhm.
Perché hanno l’impressione che il medico non abbia capito niente, che sia stato frettoloso, che non abbia ascoltato. Non si fidano. Conquistare la fiducia di un paziente. Mica facile! Facciamo un altro esempio. Un ragazzo ha mangiato delle noccioline e poco dopo è stato male, gli si è gonfiato il labbro e la gola ha iniziato a tossire e gli sono comparse macchie dappertutto. Che si fa? Gli dico: Non mangiare più noccioline? Ma va? E ci voleva il medico? Lo sapeva anche la nonna. Quel paziente, mi creda, deve essere studiato con attenzione e non per ottenere il risultato scontato di proibirgli le noccioline da ora e per sempre, ma per almeno due motivi. Uno, che potrebbe anche essere allergico a dei pollini e non essersene mai accorto, poi le spiego meglio; due, che bisogna immaginare cosa accadrà se si dovesse trovare a mangiare delle noccioline per caso, senza accorgersene, capita, sa? Avrà di nuovo la stessa reazione? O non piuttosto rischia uno shock anafilattico?
Addirittura!
Proprio così, mi creda. E di volta in volta, come può capire facilmente, le istruzioni non saranno le stesse. Parlare è necessario e prima di parlare è necessario ascoltare, ascoltare con attenzione, guardandosi negli occhi, col telefono staccato, senza buttare l’occhio all’orologio o allo schermo del computer. E spiegare. E raccontare. E ricominciare daccapo con ogni uomo, donna, ragazzo che si ha di fronte. Uscirà guarito dal mio studio? Glielo ripeto, no. E però, se le cose sono andate come dovrebbero, uscirà con delle informazioni importanti su sé stesso.
Quali informazioni. Che deve fare questo ragazzo.
Beh, deve stare attento, prima cosa. Ci deve credere. Poi deve imparare a riconoscere i primi segni di reazione allergica e deve sapere cosa fare. Moltissimi portano con sé il cortisone, delle pilloline molto vendute, credendo di essersi messi al sicuro. E invece no, è sbagliato. Bisogna spiegare che il cortisone può, sì, essere utile ma ci mette tempo per agire, ore.
Ma qualcosa dovrà portare con sé, o no.
Certo, ma il più delle volte un antistaminico è più che sufficiente. Nel caso delle reazioni davvero gravi allora ci vuole l’adrenalina. Poi, per carità, può anche prendere una compressa di cortisone, ma di sicuro non è la prima cosa a fare.
Prima mi ha detto che voleva spiegarmi meglio. Che c’entrano i pollini con le noccioline?
Ma niente, che a volte gli allergici ai pollini possono sviluppare nel tempo delle allergie alimentari a cibi vegetali che in qualche modo “somigliano” a quei pollini. Non è una cosa rara. E può capitare che se l’allergia ai pollini è molto leggera passi del tutto inosservata. C’è tanta gente che è allergica e non lo sa.
Com’era il mondo prima degli allergologi.
Uguale. Forse meglio, ma forse no. Provate a porre questa domanda, per esempio, ad un congresso di allergologia. Dopo alcune risatine imbarazzate si ammetterà che certo, noi allergologi, i migliori tra noi, beninteso (non noi altri, umili manovali dell’allergologia clinica) abbiamo contribuito alla comprensione di numerose malattie, a volte gravi, a volte no, comunque assai frequenti, almeno nel mondo occidentale.
Assumiamo che l’intervistatore, tenace e un po’ invadente, insista, chieda dettagli.
Beh, si potrà rispondere, l’allergologia, alla fine, cerca di interpretare i rapporti tra le persone e l’ambiente in cui vivono, cosa mangiano, cosa respirano, cosa toccano.
Va bene, d’accordo, ma prima di voi altri medici hanno affrontato questo rapporto, basti pensare alle malattie infettive e alla loro diffusione o agli avvelenamenti.
Eh no, attenzione, lei parla di sostanze o situazioni nocive, pericolose. L’allergologia ha dimostrato che possono far male in alcuni casi anche sostanze innocue o finora ritenute innocue.
Mi faccia qualche esempio.
Volentieri. Chi poteva vedere un pericolo nello splendore di un prato fiorito in primavera? O ancora chi avrebbe immaginato che la deliziosa frutta di stagione, le pesche, le prugne, miracolo dell’estate, fossero in grado addirittura di uccidere? Si è sempre saputo che il morso della vipera è letale, così come che il fuoco brucia, certo. Però siamo stati noi allergologi, nell’800, a scoprire che gli innocui pollini possono provocare una morte per asma, non in tutti, certo, ma in alcuni sì. O che il gattino che dorme acciambellato ai piedi del lettino di tua figlia è responsabile della sua interminabile tosse e del suo tormentoso affanno.
Quindi mi sta dicendo che siete stati voi allergologi a interpretare finalmente nel modo giusto dei problemi apparentemente misteriosi, sta dicendo questo?
Calma, un momento, non esageriamo. Molti rapporti, diciamo così, causa-effetto, erano noti sin dall’antichità. L’allergologia ha studiato nel dettaglio questi fenomeni e, piano piano, passo dopo passo, ha chiarito degli aspetti della risposta immune che erano oscuri.
Non mi parli difficile, però, mi faccia capire.
Ci provo.
Mi stava dicendo che in alcuni casi l’allergia ai pollini sviluppa anche un’allergia alimentare. E faceva l’esempio delle arachidi. Che c’entrano i pollini con le arachidi?
C’entrano, c’entrano. Ci possono entrare. Vede, nel caso di un adulto che mangia qualsiasi cosa, si può assumere che le allergie alimentari gravi dell’infanzia se le sia scansate. Mi riferisco all’allergia al latte, all’uovo, al grano o al pesce che di solito si manifesta nei primi mesi di vita. Attenzione però. Moltissime persone, nel tempo sviluppano un’allergia ai pollini, come già detto, no? Bene, esiste la possibilità che alcune componenti dei granuli pollinici siano “imparentate” con alcune componenti di alimenti vegetali. In questi casi a un certo punto ci si accorge che quell’alimento che per anni è stato mangiato senza problemi, inizia a dar fastidio.
Tipo?
Mah, per esempio il kiwi, la mela, la frutta estiva o ancora le arachidi, la frutta secca.
Ma se uno è allergico a un polline lo sa, no? se ne accorge, sta male.
Non sempre, non sempre. Il discorso si complica un po’, cerco di spiegarmi ma, mi creda, non è semplice.
Proviamoci.
Proviamoci. Il primo passo verso le malattie allergiche è quella che noi chiamiamo “sensibilizzazione”.
Cioè.
Cioè. Se faccio le famose “prove allergiche” a 100 persone prese a caso, quasi la metà risulterà positiva a qualcosa. Questo non vuol dire che quelle persone abbiano una malattia allergica. Una positività al test in assenza di un quadro clinico coerente è una sensibilizzazione. Il paziente è sensibilizzato a qualcosa che ha incontrato nell’ambiente in cui vive, un polline, l’acaro della polvere, le proteine dell’uovo o delle arachidi o cose simili, ma non presenta alcun sintomo. Deve essere curato? No. Deve essere messo a dieta? Assolutamente no. Questo è uno degli errori più frequenti da incontrare. Sei positivo all’uovo? Ti tolgo l’uovo dalla dieta. Sbagliato!
Sembra logico, però. Non lo è?
Sembra ovvio, lo capisco. Tuttavia non tiene conto della diversa logica con la quale ragionano gli apparati. La positività ad un test allergico ci dice che la cute, la cute, capisce? reagisce al contatto con quel cibo. Ma a noi interessa la reazione dell’intestino, non della cute. E l’intestino, per il semplice fatto che non siamo cannibali, ha imparato ad accogliere tutte le sostanze estranee all’organismo, e a elaborarle e trasformarle in energia e nutrienti primari. Cosa che non fanno i bronchi o la mucosa nasale o, appunto, la cute. Ci sono persone sensibilizzate al latte, per esempio, che se bevono latte finiscono in ospedale ma ce ne sono molte di più, mi creda, che pur essendo sensibilizzate al latte lo possono bere senza alcun problema. Ai primi certamente si dovrà togliere il latte dalla dieta, agli altri proprio no.